Il formaggio grigliato divide chi lo prova in due gruppi: quelli che portano in tavola una fetta dorata, compatta, con il cuore che cede appena sotto la forchetta, e quelli che restano a raschiare la piastra con la spatola. La differenza non dipende dalla fortuna e nemmeno dal tipo di griglia. Sta dentro la forma, in tre numeri che quasi nessuno guarda: quanta acqua contiene quel formaggio, quanto grasso, e a quale acidità è stata portata la cagliata prima della messa in forma. Noi produciamo formaggi in Val Taleggio dal 1976 e questa domanda ce la sentiamo fare ogni estate, in caseificio, davanti alle forme in stagionatura. Proviamo a rispondere sul serio, partendo dalla fisica invece che dalla ricetta.
Cosa succede davvero quando il formaggio tocca la piastra
Una fetta di formaggio appoggiata su una superficie a 200 gradi non è un oggetto passivo che “si scalda”. È un sistema con tre fasi che reagiscono a velocità diverse e che, superata una certa soglia, si separano. Da un lato c’è una rete proteica di caseina, tenuta insieme da ponti di calcio. Dentro questa rete ci sono goccioline di grasso, intrappolate come biglie in una spugna. E poi c’è l’acqua, in parte legata alle proteine, in parte libera nei pori del reticolo.
Il calore agisce su tutte e tre contemporaneamente. Il grasso comincia a fondere presto: la frazione grassa del latte non ha un punto di fusione unico, ma un intervallo che va grossomodo dai 20 ai 40 gradi, per cui già a temperatura ambiente una parte è liquida. L’acqua libera, invece, evapora e migra verso la superficie di contatto. La rete di caseina è la sola che potrebbe reggere, e regge finché i legami che la tengono in tensione non si allentano.
Quando si allentano, il formaggio cola. Non “si scioglie” nel senso in cui si scioglie il burro: si tratta di un rammollimento progressivo della matrice, seguito dal rilascio del grasso fuso, che porta con sé l’acqua in emulsione. La pozza unta che resta sulla piastra è esattamente questo, grasso separato dalla rete proteica. Chi ha visto una fetta collassare in venti secondi sa di cosa parliamo.
La domanda giusta, allora, non è “quale formaggio si scioglie meno”. È: che cosa tiene insieme quella rete, e come si fa a scegliere una forma in cui quella rete sia abbastanza tenace da sopravvivere a tre minuti di piastra.
Umidità, grasso e pH: i tre numeri che decidono tutto
Partiamo dall’acqua, perché è la variabile più intuitiva e anche la più sottovalutata. L’acqua nel formaggio funziona come un lubrificante fra le catene proteiche: più ce n’è, più le catene scorrono l’una sull’altra e più basso è il punto in cui la struttura cede. Un formaggio molto umido comincia a deformarsi già intorno ai 55-60 gradi al cuore. Uno più asciutto arriva tranquillamente a 70 e oltre prima di mostrare segni di cedimento.
I dati ufficiali aiutano a farsi un’idea concreta della differenza. Secondo le tabelle di composizione degli alimenti pubblicate dal CREA, il Centro di ricerca Alimenti e Nutrizione, il Taleggio contiene circa 51,8 grammi di acqua ogni 100 grammi di prodotto, con 26,2 grammi di lipidi e 19 grammi di proteine. Un formaggio semiduro come la caciotta mista, sempre nelle tabelle CREA, scende a 39,5 grammi di acqua, con 31 grammi di lipidi e 24,5 di proteine. Dodici punti percentuali di acqua in meno significano una matrice proteica molto più concentrata e molto più difficile da far collassare.
Il grasso lavora in modo diverso, e qui c’è un equivoco diffuso. Un formaggio grasso non è automaticamente un formaggio che cola. Il grasso occupa spazio dentro la rete e, fondendo, la ammorbidisce; ma non è lui a decidere se la rete tiene. Serve piuttosto a due cose: rende la fusione fluida e cremosa invece che gommosa, e favorisce la doratura in superficie perché conduce calore meglio dell’acqua. Il disciplinare del Taleggio DOP, per esempio, fissa un grasso sulla sostanza secca minimo del 48% e un tenore massimo di acqua del 54%. Sono valori alti su entrambi i fronti, ed è per questo che il Taleggio in cottura diventa una crema, non un blocco.
Il terzo numero è il pH, ed è quello che spiega quasi tutto il resto. La caseina nel latte è organizzata in micelle tenute insieme da fosfato di calcio colloidale. Quando la cagliata si acidifica, quel calcio si solubilizza progressivamente e passa nel siero. Meno calcio resta legato alla caseina, più i ponti che tengono la rete si indeboliscono, e più il formaggio diventa fusibile. L’Accademia dei Georgofili descrive questo meccanismo parlando dei formaggi a pasta filata: la cagliata fila quando dal paracaseinato di calcio è eliminata parte del calcio combinato alla caseina, e l’acidificazione è ciò che rende mobili le micelle.
Girate la logica e avete la risposta al vostro problema di piastra. Una cagliata poco acidificata, drenata a pH alto, trattiene molto calcio. Il reticolo resta fitto, i ponti sono numerosi, e il calore non riesce a slegarli abbastanza da farlo collassare. Quel formaggio, sulla piastra, si scalda, si dora, si ammorbidisce dentro, ma tiene la forma. È lo stesso principio che rende grigliabili i formaggi a cagliata dolce di tradizione mediterranea, ed è un principio casearia, non un trucco di cucina.
Il reticolo caseinico spiegato senza gergo
Immaginate una rete da pesca fatta di corde annodate. Le corde sono le catene di caseina; i nodi sono i punti in cui il calcio le tiene unite. Dentro le maglie ci sono palline di grasso e acqua. Quando scaldate la rete, due cose accadono insieme: le palline di grasso si liquefanno e premono verso l’esterno, e i nodi si allentano perché l’energia termica vince la forza che li tiene.
Se i nodi sono tanti e robusti, la rete si deforma ma non si apre: il grasso resta prigioniero e il formaggio, pur ammorbidito, mantiene il proprio profilo. Se i nodi sono pochi, la rete si apre e tutto esce. In mezzo c’è una zona intermedia, quella dove lavorano i formaggi più interessanti da grigliare: la rete si apre quel tanto che basta a diventare cremosa, ma non abbastanza da liquefarsi.
C’è poi un fattore che entra in gioco con il tempo e che quasi nessuno considera: la proteolisi. Durante la maturazione, gli enzimi del caglio e i batteri lattici tagliano le catene di caseina in frammenti più corti. Le corde della rete, per restare nella metafora, si accorciano. Una rete di corde corte trattiene meno bene, ed ecco perché un formaggio molto maturo tende a diventare untuoso e granuloso in cottura invece che filante. Abbiamo dedicato un approfondimento a come funziona la stagionatura del formaggio, perché è il processo che più di ogni altro riscrive il comportamento di una forma.
Come la stagionatura cambia il comportamento in cottura
La stagionatura agisce su due leve opposte, e la loro somma spiega perché la relazione fra età del formaggio e resa sulla piastra non è affatto lineare.
La prima leva è la disidratazione. Una forma perde acqua per tutta la maturazione, quindi diventa progressivamente più asciutta e più resistente al calore. Fin qui, più stagionatura uguale più tenuta. La seconda leva è appunto la proteolisi, che frammenta la rete e la indebolisce. Le due curve si incrociano, e il punto di incrocio è il momento in cui quel formaggio dà il meglio sulla piastra.
Nella pratica di caseificio la cosa si traduce così. Un formaggio giovanissimo, di pochi giorni, è troppo umido e cede subito. Un formaggio di media maturazione, tra le sei settimane e i quattro mesi a seconda del tipo, ha perso abbastanza acqua da reggere e conserva catene proteiche ancora lunghe: è la finestra migliore. Un formaggio molto vecchio, oltre l’anno, ha una rete talmente frammentata che in padella si comporta come una pasta di grasso e cristalli, ottima da scagliare a crudo ma poco adatta a una fetta intera sulla ghisa.
Aggiungiamo un dettaglio che dalle nostre celle si vede bene: la stagionatura non è uniforme dentro la forma. Nei formaggi a crosta lavata, la maturazione procede dall’esterno verso il centro, per cui il sottocrosta è sempre più maturo e più morbido del cuore. Il disciplinare del Taleggio DOP lo mette nero su bianco descrivendo una pasta tendenzialmente compatta e più morbida nella parte immediatamente sotto la crosta. Sulla piastra questo significa che una fetta tagliata dal bordo si comporta in modo diverso da una tagliata dal centro. Non è un difetto, è geometria della maturazione, e conoscerla vi permette di scegliere la fetta giusta.
Quali dei nostri formaggi reggono la piastra, e come vanno trattati
Passiamo al banco. Qui parliamo di quello che produciamo noi, con il latte crudo dei soci della cooperativa, perché è l’unico terreno su cui possiamo dire qualcosa di verificato invece che di generico.
Taleggio DOP e le paste molli a crosta lavata
Il Taleggio non è un formaggio da fetta grigliata in senso stretto, e chi vi dice il contrario non l’ha mai provato su una piastra rovente. Con oltre il 50% di acqua e un grasso sulla sostanza secca sopra il 48%, la sua rete cede rapidamente. Ma questo non lo esclude dalla griglia: lo sposta di ruolo. Il Taleggio dà il meglio in cottura indiretta e in contenitore, dove la fusione diventa un pregio invece che un incidente.
Il metodo che usiamo noi è semplice. Si taglia una porzione con la crosta intatta su almeno un lato, la si appoggia su un foglio di carta forno o dentro una piccola teglia di ghisa, e la si porta su una zona della griglia a calore moderato, intorno ai 160 gradi, con il coperchio chiuso. In sette o otto minuti la crosta lavata forma una parete che contiene la crema e il cuore diventa una fonduta naturale, da raccogliere con pane o polenta abbrustolita. La crosta, in questo caso, fa il lavoro che nella pasta filata farebbe il reticolo: contiene. Se volete capire da dove nasce quella crosta rosata e perché è così importante, abbiamo raccontato passo per passo come si fa il Taleggio DOP nel nostro caseificio.
Una variante che funziona benissimo, e che in valle si fa da sempre, è la fetta spessa un dito e mezzo appoggiata su una fetta di pane di segale, il tutto sulla griglia sopra la brace ormai calante. Il pane assorbe ciò che cola e diventa la parte migliore del piatto.
Le paste semidure: la vera categoria da piastra
Se cercate la fetta che tiene la forma, con i segni della griglia e il cuore morbido, è qui che dovete guardare. I nostri formaggi a pasta semidura hanno un’umidità nell’intorno del 40%, una cagliata drenata a pH più alto rispetto ai formaggi molli e una rete proteica ancora integra dopo due o tre mesi di cella. Sono le condizioni ideali.
Il trattamento corretto prevede fette da 1,5 a 2 centimetri. Sotto il centimetro la fetta si scalda troppo in fretta al cuore e collassa prima che la superficie si dori; sopra i due centimetri e mezzo succede il contrario, la crosta si forma e il centro resta freddo. La piastra va portata a temperatura piena prima di appoggiare il formaggio, perché il contatto immediato con una superficie molto calda coagula uno strato superficiale di proteine che funziona da sigillo. Su piastra tiepida, invece, il formaggio ha il tempo di rilasciare acqua e grasso prima di sigillarsi, e a quel punto è finita.
Due o tre minuti per lato, senza toccare la fetta, senza spostarla, senza schiacciarla. La tentazione di controllare sollevando un angolo è la causa numero uno dei disastri: se sollevate prima che la crosta si sia formata, la strappate e aprite la rete. Il momento giusto si riconosce dal profumo, che vira dal lattico al tostato, e dal fatto che la fetta si stacca da sola con un movimento minimo della spatola.
Il formaggio d’alpeggio
Il formaggio d’alpeggio merita un discorso a parte perché la sua materia prima cambia il gioco. Il latte degli animali al pascolo estivo ha un profilo di acidi grassi diverso da quello di stalla, più ricco di insaturi, e una carica microbica naturale legata alle essenze del pascolo. In cottura questo si traduce in due cose: un punto di fusione della frazione grassa leggermente più basso, e un bouquet aromatico che il calore amplifica invece di appiattire.
La conseguenza pratica: l’alpeggio giovane, di due o tre mesi, va trattato con una piastra un po’ meno rovente rispetto a un semiduro di pianura, e con tempi leggermente più corti. Cerchiamo una doratura chiara, color nocciola, non una crosta scura. Un alpeggio più maturo, invece, sopporta bene la griglia diretta ma va tagliato più spesso, perché la sua struttura più asciutta chiede più tempo per ammorbidirsi al cuore.
Primo sale e formaggi freschi
Il primo sale è il caso più interessante dal punto di vista della fisica, e anche il più frainteso. È freschissimo, umidissimo, eppure sulla piastra tiene meglio di formaggi molto più asciutti. Come mai?
La risposta sta nel pH. La cagliata di un primo sale prodotto per via presamica viene drenata rapidamente, senza lasciare il tempo ai batteri lattici di acidificare in profondità. Il risultato è una cagliata dolce, con pH relativamente alto e con gran parte del calcio ancora legato alla caseina. Il reticolo è quindi molto reticolato, per quanto acquoso. Sotto il calore l’acqua evapora, la superficie si asciuga, e la rete, ricca di ponti calcici, resiste. La fetta si dora e resta in piedi.
Il trucco pratico è la gestione dell’acqua superficiale. Prima di grigliare, il primo sale va tamponato con un panno pulito e lasciato scolare almeno dieci minuti su una griglietta. Se lo appoggiate bagnato sulla piastra, l’acqua evapora violentemente e crea uno strato di vapore che impedisce il contatto: la fetta lessa invece di rosolare. Con la superficie asciutta, invece, bastano due minuti per lato a fuoco vivo.
Spessore, temperatura, tempi: il metodo che usiamo in caseificio
Riassumiamo il protocollo che seguiamo quando facciamo assaggiare i nostri formaggi alla piastra durante le visite. Non è una ricetta, è una procedura.
- Temperatura del formaggio. Va tolto dal frigorifero venti minuti prima, non di più. Troppo freddo, il cuore non arriva mai in temperatura prima che la superficie bruci. Troppo caldo, ha già cominciato a rilasciare grasso.
- Taglio. Da 1,5 a 2 cm per le paste semidure e per l’alpeggio, da 2 a 2,5 cm per il primo sale, porzioni intere con crosta per le paste molli. Coltello a lama liscia, bagnato in acqua fredda, per evitare che la fetta si sfaldi.
- Asciugatura. Tampone con carta o panno su tutti i lati. Questo passaggio vale più di qualsiasi altro accorgimento.
- Superficie. Ghisa preriscaldata almeno cinque minuti, unta con un velo sottilissimo di burro chiarificato o olio ad alto punto di fumo, distribuito con carta e non versato.
- Cottura. Appoggiare, contare, girare una volta sola. Da due a tre minuti per lato sulle semidure, due minuti scarsi sul primo sale, sette o otto minuti in cottura indiretta e coperta per le paste molli.
- Riposo. Un minuto su un piatto caldo prima di servire. Il gradiente termico si uniforma e il cuore finisce di ammorbidirsi con il calore residuo.
Sulla temperatura della piastra vale la pena fermarsi un momento. Il riferimento utile sta intorno ai 200-220 gradi per le paste semidure e il primo sale, e intorno ai 160-170 gradi per le paste molli in cottura indiretta. Sopra i 240 gradi le proteine di superficie non si limitano a dorare: bruciano, e liberano note amare che coprono tutto il resto. Senza un termometro a infrarossi potete usare il vecchio metodo della goccia d’acqua, che su una ghisa a 200 gradi corre e sfrigola senza saltare via subito.
Carta forno, ghisa e trasferimento di calore
La superficie di cottura non è un dettaglio marginale, perché determina quanta energia arriva al formaggio e con che velocità. Tre materiali si comportano in modo molto diverso.
La ghisa ha una capacità termica elevata e la rilascia lentamente. Quando appoggiate una fetta fredda, la temperatura della piastra scende poco e risale in fretta: ottimo per formare la crosta. L’acciaio inox sottile, al contrario, perde temperatura di colpo al contatto e la recupera con lentezza, ed è il motivo per cui la stessa fetta che su ghisa dora perfettamente su una padella leggera finisce per lessare nel proprio siero.
La griglia a barre, quella classica da barbecue, pone un problema geometrico: il contatto avviene solo sulle barre, mentre fra una barra e l’altra il formaggio è esposto al calore radiante e all’aria calda. Il risultato sono strisce ben marcate e zone intermedie che si ammorbidiscono senza sigillarsi, da cui il formaggio cola verso la brace. Per i formaggi ad alta umidità la griglia a barre nuda non è la scelta giusta.
Qui entra la carta forno, che molti considerano un ripiego e che invece ha una funzione fisica precisa. Interposta fra formaggio e superficie, riduce il trasferimento di calore per conduzione e lo rende più uniforme, evitando i punti caldi. Perdete un po’ di doratura, ma guadagnate controllo e recuperate la fetta intera. La usiamo sistematicamente per le paste molli e per i primi sali molto umidi. Attenzione a una cosa sola: la carta forno domestica regge in genere fino a 220 gradi circa, oltre quella soglia carbonizza. Sulla brace viva va sempre tenuta in zona indiretta.
Maillard, caramellizzazione e da dove viene davvero la crosticina
La superficie dorata di una buona fetta grigliata è il risultato di due reazioni che spesso vengono confuse. La reazione di Maillard coinvolge gli amminoacidi liberi delle proteine e gli zuccheri riducenti, e produce centinaia di composti aromatici: è quella che dà le note tostate, di nocciola, di pane. La caramellizzazione riguarda invece i soli zuccheri e, nel formaggio, ha un ruolo minore.
Il punto interessante è che il combustibile della Maillard nel formaggio dipende dalla stagionatura. Il lattosio residuo in un formaggio maturo è quasi nullo, consumato dai batteri lattici durante la fermentazione, mentre gli amminoacidi liberi aumentano proprio con la proteolisi. Ne consegue che un formaggio giovane, più ricco di lattosio residuo, dora più in fretta ma con note più dolci e meno complesse; un formaggio di media maturazione dora un po’ più lentamente ma sviluppa un profilo aromatico decisamente più profondo.
Ecco perché lo stesso tipo di formaggio, a due età diverse, dà due risultati che sembrano prodotti diversi. Non è suggestione, è chimica della superficie. Chi vuole capire meglio le differenze di struttura fra le grandi famiglie può leggere la nostra guida ai formaggi a pasta molle, dove spieghiamo che cosa distingue una crosta lavata da una crosta fiorita e perché la cosa conta anche in cottura.
Gli errori che vediamo più spesso
Dopo qualche centinaio di degustazioni in caseificio, la lista degli errori ricorrenti è sorprendentemente corta. Ne mettiamo cinque, in ordine di frequenza.
- Piastra non abbastanza calda. È il primo per distacco. Senza uno shock termico iniziale non si forma il sigillo proteico e la fetta comincia a perdere liquidi.
- Fetta bagnata. L’acqua superficiale genera vapore, il vapore isola, e il formaggio non tocca mai davvero il metallo.
- Troppo olio. Un velo serve, un fondo no. Il grasso in eccesso frigge la superficie invece di condurre calore per contatto, e il risultato è unto e slavato.
- Girare più volte. Ogni movimento interrompe la formazione della crosta e stressa il reticolo. Una volta sola, sempre.
- Formaggio sbagliato per il metodo. Chiedere a una pasta molle di comportarsi come una semidura è come chiedere alla panna di comportarsi come il burro. Cambiate metodo, non formaggio.
Aggiungiamo un consiglio che vale per tutti i casi: se una fetta comincia a colare, non cercate di salvarla spostandola. Abbassate il calore, coprite, e lasciate che finisca di fondere in modo controllato. Diventerà una crema, e una crema di formaggio d’alpeggio su una polenta abbrustolita è un piatto che nessuno vi rimanderà indietro. In valle si è sempre fatto così, perché la cucina di casa nasce proprio dal recupero intelligente di quello che il fuoco fa al formaggio.
Abbinamenti e temperatura di servizio
Un formaggio appena tolto dalla piastra si trova intorno ai 65-70 gradi in superficie. A quella temperatura il naso percepisce pochissimo, perché i recettori sono saturati dal calore, e la lingua fatica a distinguere. Il minuto di riposo di cui parlavamo serve anche a questo: portare il boccone in una finestra fra i 50 e i 55 gradi, dove l’aroma si apre davvero.
Sugli accostamenti la regola che seguiamo è di contrasto e non di somiglianza. Un formaggio grigliato è caldo, grasso e tostato, quindi chiede qualcosa di acido, croccante o amaro. Funzionano benissimo le verdure di stagione appena scottate, la cicoria ripassata, una composta di frutta poco zuccherata, il miele di castagno con la sua chiusura amara. Il pane va tostato ma non secco, perché deve assorbire senza sbriciolarsi.
Un accorgimento di servizio che fa una differenza reale: il piatto deve essere caldo. Un piatto freddo raffredda la base della fetta in pochi secondi, il grasso rappresa e la consistenza cambia mentre state mangiando. Bastano trenta secondi di acqua calda e un’asciugata.
Risorse per approfondire
Chi vuole andare oltre trova materiale serio e liberamente consultabile. Le tabelle di composizione degli alimenti del CREA permettono di confrontare acqua, grassi e proteine di decine di formaggi e sono il modo più rapido per farsi un’idea quantitativa prima ancora di accendere la piastra. Il disciplinare di produzione del Taleggio DOP, disponibile nell’archivio dell’ONAF, contiene i parametri tecnici che regolano umidità, grasso sulla sostanza secca e tempi di maturazione. L’Accademia dei Georgofili, infine, pubblica contributi divulgativi ma rigorosi sulla fisica dei formaggi, utili per capire il ruolo del calcio nel reticolo caseinico senza dover affrontare la letteratura scientifica primaria.
Riepilogo dei punti chiave
Il comportamento del formaggio grigliato dipende da tre parametri misurabili: contenuto di acqua, grasso sulla sostanza secca e pH della cagliata. L’acqua lubrifica le catene di caseina e abbassa la soglia di cedimento; il grasso rende la fusione cremosa e favorisce la doratura; il pH determina quanto calcio resta legato alla caseina e quindi quanto è tenace il reticolo proteico. Una cagliata dolce, poco acidificata, trattiene calcio e resiste al calore anche se è umida: è il caso del primo sale. Una cagliata più acida cede prima. La stagionatura agisce in due direzioni opposte, disidratando la forma ma frammentando le proteine, e il punto di equilibrio cade nella media maturazione. Sul piano pratico: fette da 1,5 a 2 centimetri per le paste semidure e per l’alpeggio, superficie asciugata bene, ghisa a 200-220 gradi, un solo giro, due o tre minuti per lato. Le paste molli a crosta lavata come il Taleggio DOP vanno invece cotte in modo indiretto intorno ai 160 gradi, su carta forno o in teglia, dove la crosta contiene la crema. Un minuto di riposo prima di servire porta il boccone nella finestra di temperatura in cui l’aroma si esprime davvero.
Domande frequenti sul formaggio grigliato
Quale formaggio non si scioglie sulla piastra?
Tengono la forma i formaggi la cui cagliata è stata drenata a pH relativamente alto, quindi con molto calcio ancora legato alla caseina: il primo sale prodotto per via presamica e le paste semidure di media maturazione. Non conta tanto quanto sono asciutti, conta quanto è fitto il reticolo proteico. Un primo sale molto umido può reggere meglio di un formaggio più asciutto ma acidificato in profondità, perché i ponti di calcio che tengono insieme la rete sono più numerosi e resistono al calore.
Perché il formaggio si attacca alla piastra?
Nella quasi totalità dei casi perché la superficie non era abbastanza calda al momento del contatto. Su una piastra tiepida il formaggio ha il tempo di rilasciare acqua e grasso prima che si formi lo strato proteico coagulato che funziona da sigillo, e le proteine finiscono per legarsi direttamente al metallo. Le altre due cause frequenti sono la fetta appoggiata bagnata e il tentativo di girarla o sollevarla prima che la crosta si sia formata. Preriscaldate la ghisa almeno cinque minuti, tamponate il formaggio, e non toccatelo per due minuti buoni.
Si può grigliare il Taleggio DOP?
Sì, ma non come fetta sulla griglia diretta. Con un tenore di acqua che il disciplinare consente fino al 54% e un grasso sulla sostanza secca minimo del 48%, il Taleggio in cottura diretta collassa rapidamente. Va cotto in modo indiretto, intorno ai 160 gradi, mantenendo la crosta su almeno un lato e appoggiandolo su carta forno o in una piccola teglia di ghisa. In sette o otto minuti a coperchio chiuso diventa una crema contenuta dalla propria crosta lavata, perfetta da raccogliere con pane tostato o polenta.
Quanto deve essere spessa la fetta di formaggio da grigliare?
Da 1,5 a 2 centimetri per le paste semidure e per il formaggio d’alpeggio, da 2 a 2,5 centimetri per il primo sale. Sotto il centimetro il cuore raggiunge la temperatura di cedimento prima che la superficie abbia formato la crosta, e la fetta si apre. Sopra i due centimetri e mezzo si ottiene l’effetto opposto, con una superficie già scura e un centro ancora freddo. Lo spessore giusto è quello che consente alla crosta e al cuore di arrivare a punto nello stesso momento, in genere due o tre minuti per lato.
A che temperatura va la piastra per il formaggio?
Intorno ai 200-220 gradi per le paste semidure, per l’alpeggio e per il primo sale; intorno ai 160-170 gradi, in cottura indiretta, per le paste molli a crosta lavata. Oltre i 240 gradi le proteine di superficie passano dalla doratura alla bruciatura e sviluppano note amare che coprono l’aroma del latte. Senza termometro a infrarossi funziona il metodo della goccia d’acqua: su una ghisa in temperatura la goccia sfrigola e corre sulla superficie senza evaporare istantaneamente.
Serve la carta forno per grigliare il formaggio?
Non sempre, ma in due situazioni è decisiva: con i formaggi molto umidi e sulla griglia a barre, dove il contatto è discontinuo e il formaggio cola negli spazi vuoti. La carta riduce il trasferimento di calore per conduzione e lo rende uniforme, evitando i punti caldi che aprono il reticolo. Si perde un po’ di doratura e si guadagna il controllo della forma. Va ricordato che la carta forno domestica resiste in genere fino a circa 220 gradi, quindi sulla brace viva va tenuta sempre in zona indiretta.
Il formaggio giusto vale più di qualsiasi tecnica
Tutto quello che avete letto serve a una cosa sola: scegliere la forma adatta prima ancora di accendere il fuoco. Le tecniche si imparano in una sera, la materia prima no. Un formaggio nato da latte crudo di vacche al pascolo, con una cagliata trattata con calma e una stagionatura lenta in cella di montagna, sulla piastra si comporta in modo prevedibile perché è stato costruito bene fin dall’inizio. Noi lo facciamo dal 1976, da quando un gruppo di allevatori della Val Taleggio ha deciso di unire il proprio latte invece di disperderlo, e ogni forma che esce dal nostro caseificio porta con sé quella scelta.
Se volete provare la differenza sulla vostra piastra, partite da un semiduro di media maturazione e da una porzione di Taleggio DOP con la crosta integra: sono i due estremi del comportamento in cottura, e vi faranno capire in un pomeriggio quello che qui abbiamo spiegato in mille parole. Acquista i nostri prodotti: trovi i formaggi della cooperativa nel nostro negozio online, spediti direttamente dalla Val Taleggio.


